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Susanna e i vecchioni


di unodeidue
01.07.2025    |    8.703    |    7 9.1
"Rossana, intanto, gli aveva aperto la patta, gliel’aveva tirato fuori, e si stava abbassando, per spompinarlo: faceva una fatica tremenda a scendere con la testa il necessario, ma Giorgio non..."
Il casto

Quella sera il treno era in ritardo, cosa non grave in sé, pensava Giorgio, di ritorno da Forte dei Marmi, dove era stato a trovare Marianna, la sua ragazza, in vacanza lì con i genitori.
Non era il ritardo in sé che gli dava problemi. Il fatto è che a quei tempi, era un lunedì sera di fine agosto del 1989, l’ultimo autobus che va dalla stazione di Grosseto fino a Castiglioni partiva alle dieci di sera. Poi basta. Fino alle sei del mattino dopo.
E il suo treno, che doveva arrivare a Grosseto alle 9 e tre quarti, quella sera era in ritardo, sarebbe arrivato alle dieci e mezzo. Nessuno che potesse venire a prenderlo. Soldi per il taxi, neanche a parlarne. Il tassista prendeva 30.000 lire, da Grosseto a Castiglioni, lo sapeva bene.
Quando venivano a inizio agosto, lui con la mamma e i bagagli chiedeva anche qualcosa in più, per via delle valigie.
E Giorgio in tasca aveva sì e no duemila lire.
A casa, nella casa di vacanze che avevano affittato a Castiglioni, c’era solo sua madre, suo padre era in giro per l’Italia a vendere computer per l’IBM, e a spassarsela con qualche femminuccia disponibile e di bella presenza, come gli avrebbe raccontato vantandosene qualche anno più tardi.
. . .
Solo, come un pirla, alla stazione di Grosseto, non sapeva cosa fare.
L’unica era fare autostop. S’incamminò in direzione di Marina, ad ogni macchina che passava chiedeva un passaggio, ma non si fermava nessuno.
Lungo la statale, in una traversa a destra, notò che c’erano diverse macchine in movimento, andavano piano, si fermavano, ripartivano, non capiva per che motivo; una macchina finalmente venne verso di lui, che tirò fuori il pollice per chiedere un passaggio, e la macchina si fermò.
Era una Giulia verdolina, un signore anziano, tipo cinquant’anni o poco più, a bordo.
- Sono rimasto a piedi, l’autobus per Castiglioni è partito da mezz’ora. Per caso lei va da quelle parti?
Il tipo sogghignò:
- Ma allora non lo sai, che zona è questa!
- No, non ne ho idea; che zona è?
- Qui ci si incontra, in genere sono coppiette che vogliono fare lo scambio, oppure imbarcare un terzo, e altri tipi, con altri gusti, che s’incontrano e, se si piacciono, combinano.
Era molto ingenuo, a quell’epoca. Non capiva cosa s’incontrassero a fare due coppiette, cosa potessero scambiarsi. Lui, quando era con la sua Marianna, l’unica cosa che voleva fare era pomiciare e, se era il posto giusto, fare sesso. Non gliene fregava niente delle altre coppiette.
E chi erano gli altri tipi con altri gusti?
Glielo fece capire lui, il tizio della Giulia.
- Sali, per piacere, che qui si dà nell’occhio. Qui girano parecchi omosessuali, in cerca di avventure, non voglio farmi vedere.
Giorgio obbedì.
- Mi chiamo Guido - disse subito il tizio della Giulia - tu come ti chiami?
- Giorgio. Molto piacere di conoscerla.
- Puoi darmi del tu, Giorgio, sei molto magro e molto alto, e hai la faccia da bambino. Se proprio un bel ragazzo. Quanti anni hai?
- Diciassette, compiuti a gennaio.
- E fai il Liceo?
- Ho fatto la quarta Liceo Scientifico, sono un anno avanti, dopo la maturità l’anno prossimo mi iscrivo a ingegneria a Pisa – aggiunse con un certo orgoglio.
- Complimenti – mentre parlava gli aveva messo una mano sulla gamba, ma non sembrava un gesto equivoco, Giorgio era abituato a persone di quell’età, sia maschi che femmine, che mentre gli parlavano confidenzialmente lo accarezzavano, magari le spalle se erano in piedi, oppure un braccio, lo considerava un gesto affettuoso, fatto per mettermi a mio agio, non altro.
Gli chiese:
- Scusi Guido, anzi no, scusa Guido, per caso stai andando a Castiglioni?
- No, Giorgio, cercavo un po’ di compagnia qui. Magari poi ti porto a Castiglioni, ma prima andiamo a vedere il mare a Marina, dalla pineta, se ti va.
- Va bene – gli rispose Giorgio.
Lentamente la macchina ripartì lungo la statale.
. . .
Non capiva bene perché, comunque, se anche si fermavano un attimo a vedere la pineta di Marina di Grosseto, che è proprio sulla strada, se anche si fermavano un attimo a vedere il mare, gli è sempre piaciuto vedere il mare, se anche si fermavano un attimo a parlare e a farsi compagnia, non ci vedeva niente di male, non aveva niente in contrario.
Mentre andavano Guido gli parlava di sé, faceva il professore di Latino e Greco al Liceo, a Viterbo era molto conosciuto, aveva anche fatto il consigliere comunale, ma quando poteva scappava a Marina di Grosseto, dove aveva una piccola casa per le vacanze, e gli piaceva molto, tanto che non riusciva a starci lontano per più di quindici o venti giorni, nemmeno d‘inverno
Mentre parlava, ogni tanto gli metteva la mano sulla coscia, per chiedergli qualcosa, se era d’accordo o no su quello che stava dicendo.
Era sposato, ma la moglie non lo capiva, preferiva stare a casa davanti alla tv, se usciva era solo per vedersi con le amiche e spettegolare, se no non le piaceva uscire.
Ora gli accarezzava il ginocchio, sotto i pantaloni corti.
- Le onde che di notte si adagiano piano piano, le une sull’altra, e poi s’infrangono sulla spiaggia, vero che è bello vederle?
E la mano destra accarezzava ancora più su, vicino alla coscia.
- E se c’è una luna come stasera, così vicina che sembra attaccata all’orizzonte e tra poco si tuffa nel mare, non è uno spettacolo prodigioso?
E la mano destra accarezzava, forse saliva un po’ troppo lungo la coscia, ma a parte questo, Giorgio era d’accordo con lui.
E continuava, poche donne capiscono queste cose, in genere non hanno questa sensibilità, si esaltano più facilmente per un paio di scarpe di marca, o per una borsetta? Non è vero?
La sua mano era risalita ben oltre il bordo dei pantaloncini, ma la cosa non gli sembrava importante.
- Hai ragione, Guido, anche se la mia ragazza è molto giovane, ha appena sedici anni, anche lei si esalta per queste cose, borsette e scarpe.
- Sì, hai ragione, anche quelle giovani. Per questo, certe volte con qualche collega, prendiamo la macchina e da Viterbo veniamo qui, a Marina di Grosseto anche d’inverno, di solito veniamo il sabato, andiamo in pineta, guardiamo il mare, passiamo la notte qui e la domenica torniamo alle nostre case, a Viterbo, al lavoro, alle nostre mogli e alle loro borsette, alle loro telenovele, alle cose di tutti i giorni.
- Anche stasera – aggiunse - mia moglie non voleva uscire, sono venuto a Grosseto da solo.
Questa volta la sua mano era salita troppo, stava passando sotto il bordo delle mutandine.
- Scusa, Guido, ma che fai?
Gli aveva preso la mano, una mano grossa, più da contadino maremmano che da professore, e gliela spostava via dalle mutande.
Guido rimase sorpreso.
- Ah, scusa, ma credevo ... forse mi sono sbagliato. Tu non sei bisex? Non hai mai fatto niente con un uomo?
- No, ti sbagli proprio, non sono bisex. Non sono mai stato con un uomo. E secondo me, come diceva Noel Coward in un suo romanzo, in queste storie da omosessuali, non ci si diverte molto, perché non c’è niente da mettere da nessuna parte.
E ridacchiava solo lui per la sua battuta.
Veramente Coward l’aveva scritto a proposito delle donne lesbiche, ma non glielo disse a Guido. Al liceo, facendo storia e letteratura romana, aveva capito perfettamente che tra omosessuali maschi ce n’è di cose da mettere, e anche da più parti.
Guido era ancora stupito e sorpreso. Poi reagì, in modo deciso. Si era fermato in una piazzola ai bordi della statale, erano appena fuori Grosseto, mancavano quasi venti chilometri per arrivare a Castiglioni.
- Senti Giorgio, tu mi piaci, sei proprio un bel ragazzino; è un peccato se il nostro incontro finisce qui. È un peccato per me, che devo tornare a Grosseto, a vedere se trovo qualche altro maschio disponibile. Tra l’altro stasera ho visto solo marchettari che lo fanno per soldi, di ragazzi giovani, freschi, puliti di mente come te non ne ho trovati.
- Ed è un peccato anche per te – aggiunse subito – se ti lascio qui fai ancora più fatica a trovare un passaggio, a quest’ora di notte.
In effetti aveva ragione, almeno per quanto lo riguardava.
- Forse una soluzione c’è – continuò Guido – tu fai pure come diceva Coward, non metti niente da nessuna parte. Mi limiterò a toccarti io, naturalmente anche qui – e gli toccò la patta – tu puoi stare fermo, come una statua. Io ti bacerò anche, mentre guardiamo il mare, in pineta, un’ora, o forse meno, e poi ti accompagno a Castiglioni.
- Non ti chiedo di fare sesso con me – aggiunse ancora – tu, lasciati baciare, se non vuoi sulla bocca, ti bacerò io da altre parti. Regalami un’ora delle tue parole fresche, intelligenti, regalami un’ora del tuo corpo da toccare e baciare, e poi ti porto a Castiglioni. Ti va?
Giorgio tremava come una foglia, per la prima volta in vita sua sarebbe stato con un uomo, a pomiciare, poteva anche fare la statua, come diceva Guido, ma la cosa non cambiava di molto.
In quel momento li sorpassò una macchina, andava velocissima verso Castiglioni, sparì come un lampo davanti a loro, e dopo pochi secondi nemmeno più le luci rosse si riusciva a vedere.
- Va bene, Guido, se ti va, facciamo come dici tu. Mezz’ora – faceva il duro adesso – nemmeno un minuto di più.
. . .
Si fermarono in pineta, dove gli ultimi pini non riescono a nascondere il mare. Aprirono i finestrini, per respirare l’aria salmastra e resinosa, il profumo e il rumore del mare. La luna davanti a loro, alta poco più dell’orizzonte, tra poco si sarebbe tuffata nelle onde.
Un momento bellissimo, che non fu sporcato dalle manovre di Guido, che aveva tirato indietro i sedili e abbassato gli schienali; non fu sporcato nemmeno dalle mani di Guido, che gli stava togliendo pantaloncini e maglietta, e intanto lo accarezzava. Si sorprese a facilitargli le manovre, infilando la testa per sfilarsi la maglietta, alzando il sedere per consentirgli di levargli i pantaloni e le mutande. Guido si abbassò a baciargli lo stomaco, la pancia piatta, il ventre e poi l’uccello, ma intanto gli toccava il torace, i capezzoli, le spalle, gli accarezzava i capelli, sembrava un invasato.
Non si fermava, continuava a dirgli cose bellissime, i muscoli, le palle e il sesso, le spalle, tutto era bellissimo per lui, sembrava che non avesse mai visto un ragazzo nudo in vita sua.
Lo spompinava con tenerezza, gli spingeva le dita in mezzo alle gambe, tra le palle e il culo, e il tutto piaceva anche a Giorgio.
Si fermò un attimo – vedo che non ti dispiace, Giorgio, questo che ti sto facendo – adesso che gli parlava glielo stava segando e gli era venuto duro.
- Se vuoi, se ti va di toccarmi, posso spogliarmi anch’io.
- Non è nei patti – rispose Giorgio – ma mi sembra stupido stare qui nudo, mentre tu, vestito di tutto punto, mi baci, mi masturbi, e me lo prendi in bocca.
Guido non era granché bello, da nudo, pancetta prominente e qualche pelo di troppo. Appena finì di spogliarsi, mentre ricominciava a toccarlo, segarlo, spompinarlo, lo toccò anche lui, ma rigorosamente di sopra, le spalle, i capelli, e la testa che si muoveva convulsamente sul suo cazzo.
Non gli piaceva fisicamente, pensava che forse, per una iniziazione bisex, sarebbe stato meglio scegliere un partner più giovane, comunque uno più attraente fisicamente. Ma era un tornado. E lo faceva godere, era davvero bravo con la bocca sul suo uccello, glielo disse:
- Sto godendo, Guido, staccati, sto per venire.
- E vieni dai, mi piace se mi vieni in bocca.
L’idea di venirgli in bocca era davvero eccitante, la mano di Guido stava spingendo tra le palle e il culo. Giorgio gli tenne la testa sul cazzo, forte forte, perché non si staccasse e così gli rovesciò in bocca tutto quello che non avevo potuto sversare nella passera di Marianna, quel pomeriggio.
. . .
Quando la cosa finì, mentre Guido soddisfatto si leccava le labbra, goloso del suo sperma, Giorgio glielo toccò: gli sembrava giusto, gli aveva regalato un orgasmo in quel modo, almeno lo poteva segare un po’, in cambio. Così stava facendo, a Guido piaceva e gli si era rizzato, era davvero grosso, quell’uccello adesso.
Non era male tenerlo in mano. Uscì fuori un po’ di liquido, appena appena, andava bene per lubrificare la mano. Si girò per tenerlo meglio in mano e quasi gli era sopra. Guido aveva le mani libere e lo abbracciava forte, intanto gli baciava il viso, il naso, anche la bocca. Giorgio scansò la bocca. Abbassò il viso, si trovò con la sua bocca sui capezzoli e, come faceva con Marianna, ne baciò uno, quasi per sbaglio. I versi di Guido lo sorpresero. Reagiva ancora più di Marianna. Con la mano libera gli stuzzicò l’altro capezzolo, mentre succhiava e mordicchiava quello sinistro, e Guido ansimava dal godimento.
Lasciò il capezzolo e con la bocca scese sulla pancia e sul ventre di Guido.
Lui sembrava che non aspettasse altro, leggermente, senza sforzo, non ce n’era bisogno, gli spinse lievemente la testa e Giorgio si ritrovò davanti alla bocca il cazzo grosso di Guido, che ormai rantolava.
Lo prese tra le labbra; muoveva la bocca in su e in giù, come aveva visto fare a Guido, prima. E s’impegnava, se devi fare una cosa, falla per bene, o non farla per niente, era questo che pensava. Prima faceva, meglio faceva e prima la cosa finiva, era questo che pensava.
A Guido piaceva davvero, faceva versi tremendi, alzava il ventre inseguendo la bocca di lui e gridava tutto il suo godimento.
Quando Giorgio si accorse che Guido stava venendo staccò la bocca schifato, ma non fu una scelta felice. Si ritrovarono tutti e due schizzati e sporchi di sperma, Guido quasi rideva mentre dal cazzo gli uscivano fiotti di seme, addosso alle sue gambe, alla faccia, alle braccia, alle gambe e alle spalle di Giorgio.
- Facevo meglio a lasciarti venire in bocca – ammise – se proprio mi fa schifo, potevo sputare dopo, almeno non ci saremmo inzaccherati in questo modo.
- Non fa schifo, è buono - gli rispose Guido.
- In effetti, quel primo schizzo che mi è venuto in bocca non era cattivo, è solo questione di pregiudizi, anzi di tabù – ammetteva Giorgio, a bassa voce, più per sé che per rispondere.
Certo, non potevano rivestirsi così, con macchie di sperma dappertutto.
. . .
Una breve corsa e si ritrovarono nudi, sul bagna-asgiuga. Un po’ fredda, l’acqua, però almeno ci si poteva sciacquare.
Tornarono tremando verso la macchina, Guido aprì il cofano posteriore, tirò fuori una salvietta e asciugava Giorgio strigliando forte dove era più bagnato, le gambe, le cosce, il basso ventre, i testicoli.
Si era abbassato per asciugarlo e gli sfiorò l’uccello mentre lo asciugava.
- Sempre in forma – gli disse, toccandoglielo – sei già pronto per una nuova avventura. Complimenti ragazzo. E complimenti anche a questo vecchione che riesce a piacerti, nonostante tutto.
Mentre si rivestivano, e Giorgio tremava ancora per il freddo, Guido guardò l’orologio.
- Non è passata neanche un’ora, proprio come dicevamo, sai. Se vuoi ti accompagno subito a Castiglioni. Certo che stai tremando tutto, stai bene, ragazzo?
- Solo un po’ freddo, nient’altro.
- Senti Giorgio, siccome casa mia è lì vicino, si vede dalla spiaggia, se siamo bravi e facciamo tutto in silenzio e non svegliamo mia moglie, ti porto a casa, puoi farti una doccia calda, ti do un asciugamano asciutto, beviamo un tè caldo per scaldarci, e ti accompagno a Castiglioni. Se ti va bene. E se no, andiamo subito a Castiglioni, ma non farti vedere da tua madre in questo stato, se no s’impressiona, stai tremando come una foglia.
- Va bene, Guido, facciamo come dici tu, ma la doccia no, la faccio a casa mia.
. . .
La casa di Guido era vicinissima. Qualche minuto dopo, entrarono in un soggiorno grande, con l’angolo cucina. Guido gli fece segno, il dito sulla bocca, di non far rumore, accese una luce fioca e lo fece sedere sul divano.
Poi sottovoce gli spiegò:
- Adesso vado a prenderti un accappatoio, così ti asciughi meglio.
Giorgio restò solo, si appoggio sul divano, dietro c’era un quadro grande, molto antico, gli sembrava di averlo già visto su qualche libro di storia dell’arte. Una ragazza giovane seminuda, avvolta in un telo bianco, e un paio di vecchioni che la guardavano.
Guido entrò con un asciugamano bianco in mano.
- Adesso scaldo un po’ d’acqua per il tè - gli disse, sempre sottovoce.
- Non ti disturbare, adesso mi asciugo bene e poi puoi portarmi a casa. Bello quel quadro – aggiunse – è un quadro famoso, vero?
- Certo – gli rispose Guido – è un famoso capolavoro di Lorenzo Lotto; ma quello è solo una fotografia ingrandita, l’originale vale miliardi, il quadro si chiama “La casta Susanna e i vecchioni”.

Susanna

Giorgio si stava asciugando, era nudo, semiavvolto nell’asciugamano bianco, seduto sul divano, sotto il quadro di Susanna e i vecchioni.
Guido lo guardava, i capelli appena più chiari di quelli della donna del quadro, ma la carnagione dello stesso colore, il volto giovane, il corpo seminudo, la stessa posa, la gamba sinistra piegata con il piede sul telo, la gamba destra che appoggiava a terra, il tutto componeva un’immagine che a Guido sembrava bellissima: il quadro sopra con Susanna che si asciugava con un telo bianco, Giorgio sotto che la replicava, anche lui seminudo, anche lui con un telo bianco addosso.
- Giorgio, ti spiace se ti faccio una foto?
- Una foto? E perché? Sarebbe una foto un po’ equivoca, sono qui mezzo nudo . . .
- No, non una foto oscena. Anzi, copriti il basso ventre, non voglio riprenderlo, ma mettiti un po’ più sotto il quadro, è che sei nella stessa postura del quadro, sarebbe una foto bellissima. Aspetta, che prendo la mia macchina fotografica.
Guido armeggiò nello stipo dietro di lui, tirò fuori una macchina digitale, e cominciò a dargli disposizioni:
- Alza un po’ la testa, un po’ ancora, guarda verso sinistra, come se ci fosse qualcuno.
Poi si avvicinò, mosse i capelli ancora umidi di Giorgio, una ciocca la tirò giù sulla guancia, si capiva che era un maschio, i capelli di Giorgio erano abbastanza lunghi, ma di certo non come quelli di Susanna sopra, e la sua figura non era certo quella di una donna formosa come quella del quadro, comunque l’effetto era davvero notevole.
Tornò indietro, riprese la macchina, s’inginocchio per prendere tutta la scena e cominciò a scattare.
Bella, questa, e da qui ancora migliore, favolosa questa, se si metteva più dietro poteva riprendere meglio le spalle e la coscia di Giorgio, la similitudine con il quadro sopra aumentava e anche la bellezza del corpo del ragazzo risaltava meglio.
Una bella ragazza, seminuda, Susanna, nel quadro, sopra; un bel ragazzo, seminudo, Giorgio, sul divano, sotto.
La porta del soggiorno si aprì:
- Guido, che sta succedendo qui?
Una donna bionda, bella anche se non giovanissima, entrò nel soggiorno.
Guardò il ragazzo seminudo sul divano, il marito con la macchina fotografica in mano.
Giorgio, quasi per istinto si coprì il basso ventre, che peraltro non era scoperto nemmeno prima.
- Guido, che state facendo?
Era davvero difficile spiegare alla moglie cosa stesse facendo, ma un poco alla volta Guido riuscì a farlo, omettendo ovviamente quello che avevano fatto prima: aveva dato un passaggio a un ragazzo che aveva perso l’autobus per Castiglioni, erano passati in pineta, il ragazzo aveva fatto un bagno, era tutto bagnato e tremante, si era asciugato in qualche modo con la piccola salvietta che aveva in macchina, ma tremava tutto, aveva pensato di portarlo lì, di dargli un accappatoio, di fargli un tè caldo prima di riaccompagnarlo a casa sua.
. . .
Le spiegazioni, anche se parziali, anche se con qualche punto oscuro, avevano comunque placato la moglie.
- E come si chiama, questo bel ragazzo?
- Giorgio, piacere di conoscerla, signora.
- Piacere, ma puoi darmi del tu, non sono così vecchia. Io mi chiamo Susanna.
Intervenne Guido, con la macchina in mano.
- Guarda, Susanna, che belle foto che gli ho fatto, qui sotto il quadro.
E gli faceva vedere il set di foto, sul piccolo schermo della macchina.
- Belle davvero, per niente hard – riconobbe Susanna – è più nuda lei di sopra, che il ragazzo sotto. Eppure, anche se non sono oscene, hanno qualcosa di intrigante.
- Ti sei asciugato, adesso? – Andò vicino a Giorgio e gli passò una mano sui capelli – No. Sei tutto umido, qui. Aspetto, che faccio io.
Gli strofinava i capelli, con il lembo dell’accappatoio, ma così facendo gli scopriva il ventre e il sesso. Bel ragazzo, davvero, si disse, e un brivido l’attraversò insieme a qualche idea strana. Stava giusto facendo un sogno erotico e adesso quel frocio di suo marito le portava in casa un ragazzo così carino e così ben attrezzato.
- Dovete andar via subito? - chiese al marito, ma intanto che parlava non smetteva di asciugare e passare le mani sulle spalle, sul torace, sullo stomaco del ragazzo.
- Sei ancora umido qui, e anche qui –
non smetteva di toccarlo, era un piacere toccare la pelle umida e tesa del ragazzo, liscia, che ricopriva muscoli gonfi, un piacere sfiorarlo appena sul petto, lo stomaco piatto, il ventre.
- Aspettate un poco, che intanto ti preparo un bel tè caldo, così ti passa quel tremore che hai addosso. Anzi, Guido, perché non lo prepari tu il tè, che io finisco di asciugarlo?
Si abbassò e cominciò a strigliarlo, ora tirava apposta il telo, l’aveva messo a nudo e Giorgio si copriva il basso ventre con le mani, ma Susanna lo fermò:
- Non coprirti, se no non riesco ad asciugarti.
Ora gli stava asciugando le natiche, poi con la scusa di asciugarlo glielo prese con l’asciugamano e passò a strusciargli i testicoli.
Ormai i suoi movimenti non erano nemmeno un pretesto, era chiaro che lo stava toccando. Giorgio non sapeva cosa fare, l’imbarazzo di prima, di quando era entrata la moglie di Guido e l’aveva beccato mezzo nudo sul divano, ormai era passato, l’imbarazzo per quanto avevano fatto prima con Guido, in macchina, il sesso orale e tutto il resto, anche.
Ma adesso c’era un altro imbarazzo, questa qui lo stava toccando da tutte le parti, e a meno di un metro, c’era il marito.
E non era brutta, Susanna, di sicuro una decina d’anni meno di Guido, abbastanza alta, e con un paio di tette gonfie che gli passavano davanti alla faccia mentre l’asciugava.
Gliele aveva appoggiate alla testa, con la mano gli aveva preso la testa e gliela stringeva in mezzo. Erano gonfie e sode, non gli dispiaceva quel contatto.
Di sicuro aveva appena la camicia da notte, non aveva il reggiseno, Giorgio avvertì il contatto con due poppe dritte sulle tempie. Sentì le labbra di lei sulla testa e sul collo, non era solo un gesto d’affetto.
Che fare? Accidenti al treno in ritardo.
. . .
Susanna lo stava abbracciando stretto e, ora, il ragazzo non sembrava più insensibile.
Ci sta, meno male, non sembra uno di quei ricchioni che Guido si porta qui per scoparseli quando lei non c’è, e nemmeno uno di quei depravati che vogliono mettersi in mezzo, per scopare lei, mentre suo marito gli fa il culo.
Sembra un ragazzino per bene, e poi è bello, di viso, di corpo, ha due bella natiche, e anche lì è bello, ed è in tiro.
- Vieni di là, Giorgio, nell’armadio dovrei avere un paio di mutande asciutte di Guido, vediamo se ti stanno, non puoi rimetterti quelle che avevi prima, dopo tutta la fatica che ho fatto per asciugarti il pisello e il sedere; in quelle mutande lì s’infradicia, marcisce.
- E anche queste spalle – aggiunse – meglio se ti do una maglietta asciutta, sono così belle e robuste, non lasciamole all’umido.
Lo aiutò ad alzarsi dal divano, era più bassa di lui, un bel viso, occhi chiari, capelli biondo cenere come li aveva lei da giovane, si sollevò sulla punta dei piedi per dargli un bacio sulle labbra e poi guidandolo e tirandolo per un braccio lo accompagnò in camera.
Giorgio non rifiutò la bocca di lei che si avvicinava alla sua, forse era solo un gesto d’affetto; e invece no, insisteva, ancora un altro bacio, questa volta le labbra incollate alle sue, e la lingua che s’intrufolava, gli stava mettendo lei la lingua in bocca. Ricambiò, senza capire granché, quella notte era tutta un mistero.
Maledetto il treno in ritardo. Perché maledetto? Anzi benedetto, con quelle tette addosso prima, questi baci, le mani che ormai non asciugavano più niente, lo toccavano, lo carezzavano, lo palpavano e basta. E non si fermavano.
Benedetto quel ritardo, se doveva ritrovarsi accarezzato e palpato da una bella donna matura, ma buona, come la moglie di Guido. E ora cominciò a partecipare anche lui, come era capace, come era abituato, come faceva di solito con la sua ragazzina. Adesso anche lui, più di lei, abbracciava, stringeva, baciava e toccava.
. . .
Lei lasciò perdere il telo e glielo prese direttamente in mano; s’inginocchiò, abbassò la faccia e cominciò a baciargli il ventre e intanto lo menava.
Abbassò ancora la testa e la bocca e glielo baciò dolcemente sull’asta, ormai dura, e sul glande.
- Mi piaci, Giorgio, non ti preoccupare di Guido, a lui piace guardare, si eccita così, mettiamoci sul letto, così stiamo più comodi, ho proprio bisogno di carne giovane e fresca e turgida come te.
- No, non chiudere la porta, non è giusto lasciarlo fuori, che almeno veda, se non partecipa – così gli diceva – ma tu non preoccuparti, fa come se non ci fosse, lui al massimo fa qualche foto.
Si buttarono letteralmente sul letto, lei cercava intanto di spogliarsi, e non appena metteva a nudo una parte del corpo, subito Giorgio si precipitava ad acchiapparla, una tetta, l’altra, una coscia, una chiappa. Susanna riconosceva l’ardore, la voglia irrefrenabile che aveva suo marito da giovane, quando erano ancora fidanzati. Proprio come faceva questo ragazzo adesso. Era diventato un vulcano in eruzione. E in erezione.
. . .
Meno male che a cinquant’anni, o quasi, riusciva a provocare lo stesso effetto con un ragazzino così giovane.
- Piano, piano – gli diceva lei – calma, se no ti esaurisci, facciamo le cose con più calma, facciamolo durare di più questo incanto.
- Scusami, ma io sono così.
E toccava, acchiappava, baciava, mordeva, le mani pizzicavano, strizzavano, e poi lasciavano per andare da un’altra parte e, davvero, di parti da toccare acchiappare baciare mordere pizzicare strizzare Susanna ne aveva parecchie.
A un tratto Susanna lo fermò, adesso aveva voglia di un bel lavorino fra le gambe.
- Vieni qui – gli disse – però fai piano, la mia cosina va trattata con calma, con attenzione, vieni a baciarmela per bene.
Non l’aveva mai fatto, Giorgio, ma sentì che da lei avrebbe imparato. Abbassò la testa, lei gli disse la posizione giusta della bocca, gli diceva dove mettere la lingua, dove mettere un dito prima, poi due, di solito devi metterlo prima in bocca per bagnarlo, ma stasera no, non ce n’è bisogno, sono già tutta bagnata, per merito tuo, delle carezze e dei baci che mi hai dato prima, ecco così, gioia mia, così da bravo, così, così, così, cosìììii ...
E se ne venne senza fare scene, dolcemente, schizzandogli in faccia il suo godimento, ma insieme accarezzandolo e baciandolo dove poteva. Solo all’apice del suo godimento cacciò un piccolo grido e si fermò.
- Guido – parlava a stento, una sillaba alla volta, poi riprese fiato - Guido hai visto che bell’orgasmo mi ha dato il nostro giovane amico?
Guido era ai piedi dl letto.
- Sì, ho filmato tutto, la più bella scena d’amore che ho mai filmato.
- No, Guido, ti sbagli, questi erano solo i preliminari, la vera scena viene adesso, vieni Giorgio, vienimi sopra, adesso.
Giorgio si capiva che era stranito, sorpreso, però si capiva anche che quella donna matura gli piaceva un sacco. Si mise di sopra, glielo pilotò fra le grandi labbra, Susanna lo fermò:
- Aspetta, faccio io – e se lo infilò per bene, per sentirlo dentro per bene.
Era lì che voleva sentirselo, grosso, turgido, di buona lunghezza. Allargando le gambe e appoggiandole sul petto di lui riusciva a farlo entrare tutto e le piaceva, davvero le piaceva.
D’accordo, ne aveva presi di più grossi, ne aveva presi di più lunghi, ma come maschio, mentre faceva l’amore con lei, non era inferiore a nessuno: nessuno come lui toccava, acchiappava, baciava, mordeva, pizzicava, strizzava, nessuno era una tempesta di sensualità, abbinata a quel coso duro che le spingeva dentro, colpi su colpi, uno più forte dell’altro.
- Piano, amorino mio, fai piano, che me la distruggi. E vieni pure dentro, amorino mio, non farti scrupolo – trovò la forza di sussurrargli in uno orecchio, ansimando.
- ma se riesci a trattenerti ancora un momento è meglio, così veniamo insieme – aggiunse ancora.
- Ora, ora, ora dai – gridò questa volta, lei,
Giorgio di qualche secondo l’aveva preceduta, non era riuscito a trattenere il suo orgasmo.
- Forse adesso vuoi andare in bagno – gli disse a mezza voce, quando si erano calmati - ti prendo una salvietta pulita. Ma poi torna ancora qui, per riposarti un poco.
. . .
Era quasi l’alba, quando l’accompagnarono a casa, a Castiglioni. Era salita in macchina anche lei, non aveva voluto lasciarli soli. Temeva qualche altra performance con il marito? No, non gliene fregava niente se suo marito aveva qualche gusto omo, era proprio – così pensava Susanna – un gesto di affetto verso il ragazzo che, quella notte, era entrato nella sua vita e, profondamente, dentro di lei.
Si parlarono durante il viaggio, quando sarebbero tornati a Viterbo, loro, quando a Pisa, lui, dove andavano a fare il bagno loro, dove andava lui, forse si sarebbero incontrati ancora, magari sarebbero passati a prenderlo, un pomeriggio.
E se no, la sera, Giorgio era sempre al Bar al Faro, o alla Terrazza, di sicuro l’avrebbero visto.
Quando scese dalla macchina davanti a casa sua, scesero anche loro. Susanna lo abbracciò e lo baciò sulla bocca, un vero e proprio bacio, con tanto di lingua dentro, di appoggio, e una palpatina di tette, che a Giorgio sembrò quasi obbligatorio darle.
Anche Guido lo baciò, sulla bocca, con la lingua, questa volta Giorgio non rifiutò, e non si scandalizzò nemmeno per la mano di Guido che, dopo avergli accarezzato le spalle, la testa, discese e si fermò in mezzo alle gambe, per dargli una bella e lunga palpata al pisello.

Ancora i vecchioni

Era al bagno Castiglionese, con il gruppo di ragazzi della compagnia. C’era anche Maria, che pur essendo amica del cuore e compagna di scuola di Marianna, la sua fidanzata, gli aveva fatto capire abbastanza esplicitamente che un giro con lui l’avrebbe fatto volentieri.
Per il momento Giorgio faceva finta di niente, magari qualche sera più avanti, pensava guardandole le cosce alte e il culo, qualche sera più avanti avrebbe preso in seria considerazione la cosa, e preso anche lei, Marianna, così le disse – senza parlare - con gli occhi, guardandola fisso.
Dietro di lei c’era la strada, e per questo li vide: la Giulia verdolina, Susanna e Guido fuori della macchina, in piedi: guardavano dalla sua parte ma stavano zitti, senza chiamarlo, aspettando che li vedesse lui.
- Scusate un attimo, ragazzi, ci sono degli amici di famiglia, vado a salutarli - e scappò veloce sulla strada incontro a loro.
Come immaginava, l’abbraccio di Susanna non era proprio da amica di famiglia, mancava poco che gli mettesse le mani nello slip, per salutarlo dal vivo anche lì. Con Guido il saluto fu altrettanto caloroso.
- Giorgio, passavamo di qui e siamo venuti a salutarti.
Ma Susanna andò subito al sodo.
- Senti Giorgio, sabato prossimo vengono a trovarci due amici di Viterbo e si fermano a cena da noi. Per caso sabato vai a Forte dei Marmi a trovare la tua bella? E magari la sera, quando torni col treno, ti va se passiamo a prenderti noi, alla stazione di Grosseto?
- Veramente no, Susanna, non ho programmato niente per il momento.
. . .
Era un po’ imbarazzato, il fatto è che andare a Forte dei Marmi, a parte il treno, era comunque una spesa: tutto il giorno fuori, uscire con Marianna, andare a mangiare qualcosa, tra una roba e l’altra andavano via almeno ventimila lire, se non di più, e non aveva risparmi da parte; data la situazione non poteva chiedere a sua madre più di qualche spicciolo per le serate a Castiglioni.
Se non veniva a Castiglioni suo padre, che era ancora in giro per lavoro, e se non sganciava una buona mancia, quando veniva, non pensava proprio di andare a Forte dei Marmi. Guido aveva capito al volo la situazione:
- Sai Giorgio, siamo stati studenti anche noi, se hai bisogno di qualche soldo, per andare dalla tua bella, dimmelo, ti posso fare un prestito io, oppure ti anticipo la mancia che magari più avanti ti daranno i tuoi.
- No Guido, ti ringrazio, non è il caso, anzi ti prego, non mettermi in imbarazzo.
Ma non voleva che il suo no venisse colto come un rifiuto. Lo sapeva, l’aveva capito: l’invito non era per una cena, o una chiacchierata con Guido e Susanna che aveva visto una sola volta, per una notte intera, e per di più senza vestiti quasi tutto il tempo; né tanto meno era un invito a conoscere due loro amici, sicuramente loro coetanei. Per parlare di politica? Di mare? Di scuola? Di storia degli etruschi? No, dai, era un chiaro invito a una serata di sesso con loro e con i loro due amici. Di questo si trattava. Doveva offendersi? Ma neanche per idea, quella notte gli era piaciuta, Susanna poi, con quelle tette che aveva appena sentito addosso nell’abbraccio stretto e appoggiato che lei gli aveva fatto, se le ricordava bene, quelle tette, morbide, gonfie, sode. Che gioia averle in mano, se lo ricordava ancora. Che gioia baciarle, accarezzarle, stringerle in mano, strizzare il capezzolo. E certamente Guido avrebbe voluto qualche altra performance orale incrociata e, forse, anche qualcosa di più, lo sapeva perfettamente. Prima di incontrarlo quella sera sulla strada di Grosseto, la sola idea l’avrebbe schifato, ma bisogna viverle le cose, prima di giudicare. Lui le aveva provate, alcune di quelle cose e, ad essere sinceri, non gli avevano fatto schifo, anzi. E quindi, spontaneamente, come fosse la cosa più naturale del mondo, aggiunse guardando negli occhi bruni Susanna:
- Però, se vi fa piacere, vengo a trovarvi lo stesso, se volete prendo l’autobus e vengo da voi dopo cena.
Intervenne prontamente Susanna, questa volta sfacciatamente gli stava accarezzando il costume davanti, dove il gonfiore faceva capire ben chiaramente, cosa ci fosse sotto la stoffa:
- No, no, veniamo a prenderti noi verso le sette, e mangi con noi, una cena leggera, due spaghetti e un’insalata, niente di che. Meglio mangiare poco la sera. Ti fa piacere, vero?
Non era chiaro, dati i gesti, e data la reazione del suo cazzo a quelle carezze in pieno giorno, all’aperto, sulla strada che costeggiava gli stabilimenti balneari, non era chiaro se la domanda si riferiva alla cena del prossimo sabato o alle carezze di quel momento, oppure a tutte e due:
- Certo che mi va.
. . .
Arrivarono tutti e quattro a prenderlo, quel sabato sera, Guido e Susanna e i due amici di Viterbo, Mario e Rossana; anche loro tra i cinquanta e i sessant’anni, qualcuno meno, la donna, qualcuno di più Mario.
In macchina, quando erano arrivati, Susanna era seduta davanti, al fianco di Guido, ma ora per far salire lui, cambiò posto:
- Sali dietro, Giorgio, vieni in mezzo a noi due.
E l’amica, di rincalzo:
- Anche se stiamo stretti, in tre dietro, meglio stare stretti con te in mezzo che con uno di questi due vecchioni.
Anche Rossana, come Susanna, era abituata a prendere lei l’iniziativa. Se possibile, era ancora più sfacciata. Non erano ancora partiti da sotto casa di Giorgio, che già gli aveva messo le mani addosso.
- Fammelo sentire, Susanna m’ha detto che sei sempre in tiro.
Sì dai, diceva Susanna, prendiamoci l’aperitivo in macchina, ma non era chiaro di quale aperitivo stesse parlando. O forse era fin troppo chiaro. L’aperitivo era quel bacio che ancora prima di entrare nella pineta già gli stava dando sulla bocca, con tanto di scambio di lingua.
- Un attimo, Susanna.
- No, Giorgio, ho una voglia che nemmeno t’immagini. Ah, non ti preoccupare di Mario, è un guardone segaiolo e cornuto come Guido, e ancora più frocio di lui.
Rossana, intanto, gli aveva aperto la patta, gliel’aveva tirato fuori, e si stava abbassando, per spompinarlo: faceva una fatica tremenda a scendere con la testa il necessario, ma Giorgio non faceva nulla per aiutarla:
- Ma non possiamo aspettare di arrivare a casa tua? – chiedeva a Susanna.
- Chi ha tempo non aspetti tempo – fu la risposta lapidaria di lei.
Si era sbottonata la camicetta e gli offriva le tette libere per farsele baciare, e questa era la mossa giusta per Giorgio. Ne acchiappò una, con la sinistra, e cominciò a palparla e a ciucciare il capezzolo, e con la destra a strizzare l’altra.
Era quello che voleva Susanna: senza ritegno si cacciò una mano tra le cosce e gemeva per tutto l’insieme, il capezzolo succhiato, l’altra tetta strizzata, le sue dita a masturbarsi. Tante volte avesse avuto qualche dubbio, nel giro di pochi minuti gliel’avevano dissolto, era stato invitato, anzi lui si era autoinvitato, per essere il loro sexy-toy di quella sera e di quella notte. Sarebbe stato il loro oggetto sessuale consapevole e consenziente, la loro Susanna al maschile, il Susanno con le vecchione e con i vecchioni.
- Metti una mano qui sulla fregna, ti piacerà – gli disse Susanna.
E aggiunse:
- Scusa se sono così sgrezza, noi la chiamiamo così, nella maremma bassa.
Era tutta bagnata e stava per venire. La titillò un poco e Susanna cacciò un rantolo dalla bocca e i suoi liquidi d’amore, da mezzo alle gambe.
- Complimenti – fece Guido.
Stava guidando e guardava nello specchietto la scena:
- Ci vogliono nove minuti dal Bagno Castiglionese fino a casa nostra, a Marina di Grosseto, e a te ne sono bastati sette per il primo orgasmo.
- È la mia fame arretrata, e tu lo sai che cosa intendo dire, quando parlo di fame arretrata – gli rispose malamente lei.
Rossana stava ancora sforzandosi e contorcendosi per riuscire a prenderglielo in bocca, nonostante lo spazio stretto, ma ormai erano arrivati a casa.
Si rivestirono. Giorgio si ricacciò il cazzo nei pantaloni e non poté fare a meno di guardare Mario, che davanti stava facendo la stessa cosa. Aveva osservato la scena, dal sedile anteriore e, proprio come diceva Susanna, era un guardone segaiolo, come Guido del resto.
Entrarono in casa e Susanna, ancora ansimando per l’orgasmo di prima, cominciò a dare le disposizioni.
- Giorgio, per non sporcarci i vestiti con il sugo che ho fatto, abbiamo deciso di toglierci tutto e di metterci questi.
Era un grembiule da cucina, lungo fino ai polpacci, con allaccio alla vita e al collo, e tutto vuoto dietro.
- Ma togliti le mutande, Giorgio, come facciamo noi.
Obbedì, del resto sapeva che quella serata sarebbe andata così.
- E se vuoi, puoi metterti questa mascherina sugli occhi, ‘sti fetentoni dei nostri mariti vogliono fotografare tutto quello che faremo; se la cosa ti dà fastidio, puoi mascherarti.
Guardò Rossana, mentre si spogliava per indossare il grembiule. Appena più alta, di Susanna, e molto attraente. Stava pensando che gli sarebbe piaciuto farsela, anche se era così sfacciata. Mentre era impegnata con le mani a tirarsi giù le mutande, le si avvicinò e quasi per sbaglio le sfiorò una tetta: aveva un seno più piccolo di quello di Susanna, ma ancora più sodo e alto; Rossana alzò il volto verso di lui.
- Scusami – le disse, avvicinandosi.
Era alta, quasi come lui, un fisico da modella, anzi da ex modella, visto che le forme erano un po’ appesantite, ma a Giorgio piaceva di più, proprio per quelle rotondità del seno, del culo. Anche quei piccoli rotolini di pancia, che si vedevano di più, mentre si piegava, anche quelli lo attizzavano.
- Fate, fate pure, intanto che butto la pasta – li invitava Susanna.
- Scusami, ma vorrei proprio baciarti, sulla bocca – continuò Giorgio, guardando Rossana negli occhi.
Lei non aspettava altro, gli si avvicinò e gli porse le labbra. Giorgio la baciò sulla bocca, ma intanto con le mani le stropicciava il seno. Ignorò tutto e tutti in quell’abbraccio, si abbandonò con passione ricambiata al bacio che entrambi desideravano. Non gliene fregava niente delle mani di Mario che gli toccavano il culo, non gli interessava niente, nemmeno quando si abbassò e cominciò a leccargli le chiappe con una lingua che sembrava una spatola, nemmeno quando quella lingua si avvicinò al buco, nemmeno quando entrò.
In pratica lo stava sodomizzando con la lingua, ma non gliene fregava niente. Capì che anche Guido gli stava toccando il culo; gli stavano riempiendo il buco di saliva, e chi era, Mario oppure Guido? Oppure tutti e due?
. . .
Lo sapeva, Giorgio, lo sapeva prima ancora di accettare il loro invito. I due mariti non si erano disturbati a venire a prenderlo, non l’avevano portato lì solo per guardarlo mentre si spupazzava le loro mogli. Lo sapeva che avrebbe dovuto concedergli qualcosa. Un pompino a testa? Ovviamente non poteva essere questa la moneta di scambio sufficiente, era fin troppo ovvio che avrebbero voluto qualcos’altro, sia dal suo davanti, che dal suo didietro. Lo sapeva, e non gliene fregava niente, anzi, forse, tutto sommato, gli andava bene, gli piaceva l’idea, se non gli avessero fatto troppo male. Baciare Rossana era la cosa più bella del mondo; lei gli stava toccando il cazzo, lo scappellava e lo segava, non gli faceva neanche male, visto che aveva le mani bagnate di sudore, ma comunque non gli importava, era il bacio la cosa più bella, strizzarle le tette, la cosa più bella.
Le sensazioni che gli davano quella bocca, la lingua attorcigliata alla sua, le mani sulle poppe di lei, a toccare, lisciare, palpare, pizzicare, erano quelle le sensazioni più forti che stava provando, più delle mani di lei che lo segavano, più di quel dito malandrino che Mario, o forse Guido, o forse tutti e due, gli stavano infilando dietro, perché era troppo grande per essere un dito solo. Non protestò più che tanto, anzi quasi gli dispiaceva interrompere tutto: il bacio, le tette che stava stringendo, le mani di Rossana che lo segavano, quei due froci dietro di lui che gli stavano facendo un ditalino al culo, non sapeva nemmeno lui cosa gli dispiacesse di più, interrompere; o forse sì, lo sapeva, staccarsi dalla bocca di Rossana, era quello che gli dispiaceva di più. Susanna si voltò verso di loro e, imperiosa, ordinò a tutti di lavarsi le mani e di mettersi a tavola, stava scolando gli spaghetti.
A tavola, ovviamente, Rossana si sedette vicino a lui, mangiava solo con la mano sinistra, perché la destra era impegnata a segarlo. Ogni tanto lo baciava, con la bocca sporca di sugo entrambi. Poi chiese alla sua amica:
- Susanna, sono robuste queste sedie?
- Robuste, certo che sono robuste. Cosa vuoi fare?
- Vorrei sedermi sul tuo amico ragazzino.
- Il mio amico ragazzino si chiama Giorgio. E ti vuoi impalare sul cazzo del mio amico, qui a tavola? Sei proprio una porcona.
- È che adesso è proprio pronto, mi dispiace sprecare tanta grazia diddio.
- Fai, fai, basta che non vi agitiate troppo, dovrebbe reggere, sporcaccioni che non siete altro.
E poi aggiunse:
- Fai pure adesso, che sono impegnata, tra la tavola, la cucina e tutto il resto, ma guarda che dopo cena tocca a me.

Il dopocena

Quel sugo era davvero buono, avrebbe voluto dirlo a Susanna, e complimentarsi con lei, ma non riusciva a parlare più che tanto, mentre mangiavano. Rossana era seduta sulle sue cosce e si alzava e si abbassava sul suo cazzo con un ritmo lento e incessante. E lui stava godendo troppo per poter parlare. Si era accorto che Rossana, quando scendeva, glielo stringeva con i muscoli della figa, e il piacere che sentiva in quel momento era ancora maggiore. Allora lui lasciava giù la forchetta, con le due mani la prendeva per i fianchi per accompagnare e forzare il movimento di lei e per entrarle dentro il più possibile, poi riprendeva la posata per raccogliere un altro giro di spaghetti e cacciarselo in bocca. Rossana no, Rossana riusciva a fare tutto a tempo, senza interrompere il saliscendi sul suo cazzo, inforchettava gli spaghetti, li metteva in bocca, si puliva la bocca, beveva un sorso di vino dal bicchiere, il tutto senza rompere il ritmo sopra di lui, sopra il suo cazzo.
Suo marito li guardava, la mano sinistra sotto il tavolo, forse si stava segando, oppure stava segando Guido che era alla sua sinistra; in effetti Guido ogni tanto metteva anche lui la mano destra sotto il tavolo. Una sega incrociata, pensò distrattamente Giorgio, ma non ci pensava e non gliene fregava più che tanto. E trovò anche il tempo, Rossana, di complimentarsi con Susanna:
- Che buono ‘sto sugo, Susanna, come l’hai fatto?
Susanna le rispose con calma, come si risponde tra una pratica e l’altra a una collega d’ufficio che vuole la ricetta di un sugo ben riuscito:
- Faccio saltare nel soffritto dei pezzettini di palamita fresca. Prima di metterci il pomodoro, sul pesce, alzo la fiamma e ci butto uno schizzo, uno schizzo di vino bianco . . .
La interruppe Rossana:
- Ah, meno male, pensavo uno schizzo di Guido.
Scoppiarono a ridere tutti e cinque, anche Giorgio che era quasi sul punto di avere un orgasmo. La risata alla battuta di Rossana gliela bloccò., ma il ritmo di lei proseguiva indifferente alle risate che lei stessa aveva provocato.
La risposta di Susanna provocò altri scrosci di risate:
- Ma figurati, per trovare il seme di Guido bisogna cercarlo nel culo di qualche frocio di Grosseto.
- Però – proseguì Susanna - mi hai dato un’idea, si potrebbe fare un sugo, anzi meglio, un’omelette con ripieno di seme maschile. Ah! Ah! Buona questa. Omelette all’orgasmo maschile.
- Non vale – interloquiva Guido – se ci mettete qualcosa di maschile, allora ci vuole anche il succo d’amore femminile.
- Non sono d’accordo – gli rispose Susanna – io conosco il succo di Rossana e mi sembra un po’ acidino.
- È vero, Susanna – ammetteva Mario – il tuo è dolce, ma il succo di fica di Rossana è un po’ acidino.
- E che problema c’è? – fu la proposta di Rossana – Lo mescoliamo con una marmellata dolce e usiamo il tutto come guarnizione della omelette all’orgasmo di maschio.
- Bell’idea. Ho giusto una marmellata di fichi che viene dalla Corsica, dolcissima: marmellata di fichi e spremuta di figa a guarnire la crepe ripiena di orgasmo di maschio. Che ne dite, ce la prepariamo stasera, come spuntino di mezzanotte?
La proposta era di Susanna, gli altri tre entusiasti si dichiararono d’accordo, ma Giorgio faceva versi strani, quasi di disgusto, all’idea di quello strano dessert, anzi la cosa gli fece passare la poesia del momento. Prima di quei discorsi stava per venire, ma quei discorsi gli avevano bloccato l’estasi, anzi gli si era perfino smollato.
- Che ti succede, ragazzino, ti abbiamo scandalizzato? – chiese Rossana.
- Forse è meglio dire schifato – disse Guido, guardando la faccia di Giorgio – vi conviene andare in camera, voi due, a continuare la vostra ginnastica, mentre noi aiutiamo Susanna a sparecchiare.
. . .
Al buio della camera era tutta un’altra cosa, Rossana, seduta sul letto, glielo prese in bocca e Giorgio rimase in piedi davanti a lei. Dopo qualche minuto, anche il suo pisello era in piedi. Rossana lo fece sdraiare tra le sue gambe e ricominciarono la loro danza d’amore. Giorgio era più che mai violento adesso, le sue mani stringevano con forza le tette di lei, una alla volta, con l’altra mano si reggeva sopra di lei, e baciava, succhiava e mordeva la tetta libera. Il suo membro percuoteva quasi con cattiveria, la passera di lei, forse voleva castigarla per le sconcezze che aveva detto prima insieme agli altri.
Quando rallentò un attimo, per riprendere fiato, Rossana lo fece girare e sedere sul letto, gli si mise sopra e lo cavalcò con altrettanta forza, fino a portarlo all’orgasmo. Giorgio non se n’era accorto, ma anche Guido e Mario erano sul letto, mentre lui veniva. E Guido raccolse con attenzione in un bicchiere tutto il seme che gli usciva e quello che stava colando dal basso ventre di lei.
- Non ti preoccupare – diceva a Giorgio – non ti preoccupare, siamo noi gli sporcaccioni, i vecchioni, come quelli del quadro in sala, i vecchioni di Susanna. Ma se ti fa schifo assaggiare la crepe all’orgasmo maschile con guarnizione di succo di fica, nessuno ti obbliga. E adesso riposati, perché la serata sarà lunga.
Era giunto il momento della tenerezza: riprese la bocca di Rossana, per baciarla, anche senza lingua, erano bacini di affetto, di ringraziamento, di gioia per il grande godimento che lei gli aveva dato. Ed erano ricambiati, con altrettanta tenerezza.
Accarezzava e baciava, ma non strizzava più come prima, e lei lo stesso. Quasi per sbaglio si accorse che Guido stava leccando le cosce e l’inguine di lei.
Quando la mano di Mario gli accarezzò la natica e un dito iniziò a perlustrare la zona cercando il suo buchino stava quasi per ribellarsi. Poi si ricordò tutti i pensieri che aveva già fatto, quando aveva accettato l’invito di Guido.
Era lì per quello, era l’oggetto sessuale di quei quattro vecchioni, e gli andava di fare il Susanno della situazione; aveva capito fin da prima, fin dall’invito, che i due mariti porci oltre a fargli scopare, una dopo l’altra, le loro mogli, avrebbero preteso qualcosa da lui in cambio.
Rossana si era accorta del suo turbamento, accostò la bocca al suo orecchio e gli chiese sottovoce:
- Dì la verità, Giorgio, sei vergine? Non l’hai mai preso dietro?
- No, mai.
- Beh, credo che stasera ti vorranno sverginare, lo sai vero?
- Sì, l’ho capito. Spero che non mi facciano troppo male.
- Un po’ sì, ma vedrai che ti piacerà.
Come prima, ci provò Mario: gli aveva leccato e bagnato di saliva il buchino, bagnato così tanto, che il suo dito prima, e due dita dopo, entravano e uscivano senza fatica. Guido, che stava leccando la passera di Rossana, si era rigirato e aveva sostituito le labbra di lei, che Giorgio prima stava baciando con tenerezza, con il suo membro, che ora Giorgio leccava e succhiava, con altrettanta attenzione e affetto. Certo, non era la stessa cosa che baciare la bocca di Rossana, ma era questo che si aspettavano da lui quella sera, era questo che anche lui sapeva di dover fare, e che forse voleva fare, anzi era il minimo, tra l’altro l’aveva già fatto quella sera che aveva conosciuto Guido a Grosseto e l’aveva fatto bene, quindi meglio sforzarsi di farlo bene anche adesso. Mario gli stava sollevando il bacino, per leccare meglio il suo buco, certo, ma anche per posizionarlo all’altezza del suo cazzo. In uno dei movimenti che avevano fatto prima, Giorgio gliel’aveva sentito che strusciava contro la sua gamba, era duro, aveva l’impressione che non fosse più grosso del suo. Adesso sapeva che stava per cominciare questa nuova cosa, sapeva, lo sapeva perfino Rossana che non l’aveva mai visto prima, lo sapevano tutti che gli avrebbero fatto il culo, sarebbe stata un’esperienza nuova, forse anche dolorosa, ma era questo il menù della serata, anzi non vedeva l’ora che cominciasse: scoparsi le mogli dei due vecchioni, spompinarli e farsi spompinare dai due vecchioni, ma anche prenderlo dentro da tutti e due; e di sicuro avrebbero voluto anche loro la stessa cosa da lui.
Sembrava arrivato il momento, Mario tutto arrapato già glielo stava puntando contro il buchino, Giorgio era pronto, aveva allargato le cosce e le chiappe per facilitarlo, ma proprio in quel momento arrivò Susanna.
- Eh no, scusate, ma adesso tocca a me. Ho fatto la cuoca, vi ho servito da mangiare, ho ripulito il soggiorno, lavato i piati, ma adesso tocca a me. Mi spiace Mario, ma adesso il ragazzino è mio e me lo voglio godere io.
Gli si buttò praticamente addosso, il membro di Guido che Giorgio stava succhiando fu sostituito da una tetta di sua moglie. Si baciarono a lungo, Giorgio riprese a toccare baciare stringere strizzare le tette sode di lei, come gli era sempre piaciuto fare. Quando la toccò in basso, si accorse che era già bagnata fradicia in mezzo alle gambe. Fu lei, quasi, a prenderglielo e a infilarselo dentro.
- Mi fai impazzire, Giorgio, davvero, non solo per il tuo cazzo. Non ti offendere sai, ma ne ho presi di più grossi e lunghi. E comunque non ti preoccupare, anche il tuo, con l’età, diventerà più grosso. No, non solo per quello, tu mi piaci da morire, mi piace come mi baci, mi piace guardare il tuo volto mentre mi scopi, mi piace come mi stringi, come mi tocchi, mi piace come mi strapazzi le tette, mi piace come me lo spingi dentro, come se volessi arrivare chissà dove. Mi piaci Giorgio.
Aveva parlato a bassa voce, nel suo orecchio. E Giorgio le ripeteva a bassa voce le sue stesse parole, anche tu mi piaci, anche tu sei fantastica. Ma lei sembrava non sentire la sua voce, sentiva solo la spada infuocata che lui le spingeva più forte che poteva dentro di lei.
- Ah sì, mi piaci, Giorgio, mi piaci, e tu dimmi che mi ami, dimmi che mi ami, dimmi che mi ami, ah, sì, dimmelo dai, dai, si si si, siiiiiii.
Ora gridava, gridava e alla fine gridò tutto il suo piacere e il suo orgasmo.
Gli altri si fermarono. Rossana scostò il membro di Giorgio, che si sarebbe intrattenuto chissà fino a quando tra le piccole labbra di lei.
- Un attimo, Giorgio, che devo prendere questo – e con un bicchierino più piccolo cercava di prelevare alla fonte il succo di fica di Susanna.
Adesso Susanna era ferma, si stava riprendendo, Rossana l’accarezzava tra le cosce, per prendere qualche altra goccia del suo piacere, ma anche no. Posò il bicchiere e cominciò a baciarla e a leccarla lì.
. . .
Mario riprese le sue manovre con Giorgio, anche Guido gli si era avvicinato. Lo misero in mezzo, vieni Giorgio, gli diceva Guido, riprendiamo il giochino di prima. Lo posizionarono in ginocchioni, l’affare grosso di Guido in bocca, da leccare, ciucciare e succhiare piano. Lo segava con le sue labbra, facendolo entrare tutto in bocca, fino quasi a strozzarsi.
I versi che faceva Guido gli dicevano che andava bene così.
Mario glielo stava puntando contro; gli assestò due manate sulle chiappe e intanto gli diceva:
- Rilassati, Giorgio, vedrai che non ti faccio male.
Entrò piano, entrava e usciva solo la cappella, lo capiva perché faceva fatica a entrare, ma quando entrava, il resto scivolava dentro più facilmente.
- Ti faccio male, ragazzo?
Tirò fuori dalla bocca l’affare di Guido per rispondergli:
- No, non tanto, brucia un poco dentro quando lo spingi.
- È perché sei ancora asciutto, adesso ci penso io.
Lo tirò fuori e sembrò quasi che sputasse sulla mano, tanto era la saliva che si era messo intorno al membro. Stavolta quando entrò non gli bruciava più come prima. Certo gli faceva male, ma la situazione nuova e intrigante gli rendeva sopportabile qualsiasi cosa. Si sentiva uno schiavo sessuale, come ai tempi degli imperatori romani, una specie di eunuco moderno, dedicato a soddisfare le voglie dei suoi padroni maschi, ma cazzuto anche, per soddisfare le voglie delle sue padrone femmine. Erano voglie normali, non erano cattiverie inutili, non erano umiliazioni.
In quel momento, era l’oggetto del piacere di Guido, che infatti mugolava per il lavorio della sua bocca. Pensò per un attimo a Marianna: di sicuro lei non gli aveva mai fatto un pompino così, come quello che lui stava facendo a Guido.
Con la mano libera gli accarezzava le palle, mentre se lo spingeva dentro la bocca, e continuava a segarlo con la mano, quando glielo tirava fuori dalle labbra. E il lavoro delle sue chiappe, allora!
Mario gliele pizzicava, ogni tanto le schiaffeggiava, gli aveva spiegato che serviva per rilassarle meglio. Ma a lui piaceva lo stesso, rilassante o meno, era in quel momento il suo signore e padrone, il suo imperatore, che lo stava usando per il suo piacere. Gli stava scopando il culo e lui era orgoglioso, gli piaceva, piaceva al suo signore e padrone, proprio come a lui, giovane schiavo, piaceva essere scopato dal padrone. Punto e basta.
- Stringi le chiappe, ragazzino, stringile bene, che mi fai venire, stringi ragazzino, stringi, ah si, che bello.
Un po’ imbarazzato, per quella inculata davanti a tutti, lo sentì urlare il suo godimento e poi venire dentro e addosso a lui.
Mario l’aveva tirato fuori, e subito Susanna e Rossana recuperarono il bicchiere dove già sul fondo c’era un poco del suo liquido bianco, per raccogliere anche il seme di Mario. Guido era ancora nella sua bocca, ma Giorgio lo tirò fuori. Quel pompino prolungato l’aveva stancato.
- Sei stanco? – gli chiese Guido.
- Sì, un po’, cambiamo posizione.
E si sorprese a mettersi di fianco, con la faccia rivolto verso le due donne, impegnate in un sessantanove che le faceva mugolare dal piacere, e con la schiena e il sedere rivolto verso Guido; con la mano lo cercò.
Guido aveva capito: ti va?
- Sì, mi fa un po’ male, ma mi va di prendere il tuo adesso.
- Che gioia che sei, ragazzino, adesso ti chiavo.
Anche Guido si era sputacchiato di saliva: era più grosso, ma entrò facilmente e comincio a scoparlo. Era bello, gli piaceva, gli piaceva proprio, certo gli faceva male, più male di prima, perché Guido era più grosso e gli dava anche dei colpi più forti, ma era grande il piacere, mentale forse, più che fisico, il piacere di soddisfare le voglie anche di Guido. Che godeva, godeva molto, e glielo stava dicendo. E non si vergognava di fare queste cose davanti a Rossana, che gli stava vicino e a Susanna, che ora stava facendo sesso con Mario.
Rossana gli si avvicinò.
- Ragazzino, che bello che sei quando lo prendi dentro! Ti piace, vero?
- Sì, Rossana, amore mio, fatti baciare.
- Certo che ti bacio e tu toccami le tette, che bello che sei, e come ti piace farti scopare!
- Veramente, un poco mi fa male, ma è bello lo stesso!
E poi gli venne una curiosità e le chiese:
- Tu lo prendi dietro, qualche volta?
- Certo, gioia mia, mi piace anche, se vuoi dopo lo faccio con te, se ti va.
. . .
Erano le sei e mezza, di mattino, quando Mario e Rossana si rivestirono per tornare a casa, a Viterbo; più tardi, Guido e Susanna l’avrebbero riportato a Castiglioni. Susanna aveva preparato per tutti una mini-colazione: una tazzina di caffè e una fetta di dolce, una specie di rollè, ricoperto di glassa rosa.
- Dopo una notte così, in bianco, abbiamo proprio bisogno di un caffè e di un dolcino.
- Buono, l’hai fatto tu? le chiese Giorgio.
- Sì, l’abbiamo fatto insieme, io a Rossana ieri sera. Non ve ne siete accorti, perché in quel momento tu e Guido avevate messo in mezzo Mario e tu te lo stavi scopando. Comunque, sono contento che ti piaccia. E gli chiese:
- Ti è piaciuta questa notte così strana e movimentata?
- Sì, a parte il sedere, che adesso mi brucia un po’, mi è piaciuto tutto, la cena, il dopo cena, mi sono piaciuti tutti i movimenti, e i tuoi amici, e Guido, e tu, e perfino questo dolcino della prima colazione.
- E non hai capito come l’abbiamo fatto questo dolcino, e cos’è questa glassa bianca che c’è dentro, e questa marmellatina che c’è sopra?

Epilogo
Non fu l’unica notte di quel tipo. Già in settembre Guido e Susanna invitarono Giorgio a Grosseto e, nei mesi successivi, a Viterbo a partecipare alle loro festicciole hard. Nel frattempo, Giorgio, aveva trovato il modo, con delicatezza e determinazione, di far provare anche alla sua ragazza, Marianna, l’ebbrezza dello scambio di coppia e del sesso multiplo.
Sono passati oltre dieci anni dall’estate dell’iniziazione, ed ora proprio Giorgio e Marianna sono i promotori di una simpatica compagnia di giovani appassionati del genere hard di Pisa e gli animatori delle gangbang più emozionanti e fantasiose della Versilia.
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